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Per Mps è l’ora di un “Whatever it takes”

Da questo momento, lo Stato italiano si assume l’onere di mettere in sicurezza la Banca, di ridurne i crediti in sofferenza ancora in bilancio e di rivendere sul mercato la propria partecipazione entro il 2021. Nel 2020, con l’autorizzazione della DGCOMP, viene perfezionata la cessione di 8,1 miliardi di euro di sofferenze ad AMCO, veicolo controllato dallo Stato. L’ingresso dello Stato come azionista di maggioranza rende possibile per il Monte dare seguito alla richiesta delle Autorità di Vigilanza Europee di rafforzare ulteriormente il capitale con l’emissione di bond subordinati (T2) per un totale di 1,75 miliardi di euro.

A questo punto abbiamo una banca del tutto nuova con un rapporto fra crediti in sofferenza e totale dei crediti del 4.4%, tra i più bassi d’Europa, un CET1 al 12,2% e un piano in fase di approvazione da parte delle autorità europee che prevede un aumento di capitale per 2 miliardi di euro.

La storia potrebbe considerarsi positivamente risolta ma, nel frattempo, i “rischi legali” derivanti da richieste giudiziali per false comunicazioni finanziarie e di bilancio negli anni 2012-2015 e stra-giudiziali si accumulano fino ad arrivare alla cifra gigantesca di 10 miliardi di euro. Fra le richieste stra-giudiziali, vale la pena di mettere in luce quella della Fondazione Monte dei Paschi di Siena (che è un organismo vigilato dal Ministero del Tesoro) per 3,8 miliardi di euro. L’entità dei rischi legali ostacola l’acquisizione del Monte da parte di un soggetto terzo. Questo rafforza l’ipotesi che il Monte (che capitalizza in Borsa circa 1 miliardo) debba proseguire la sua strada come realtà autonoma e, quindi, procedere ad un aumento di capitale di circa 2 miliardi di euro come indicato nel piano.

Purtroppo, l’allungarsi dei tempi, insieme al crescere dei rischi legali aumentano lo scetticismo del mercato sul realizzarsi di una soluzione positiva per la Banca; in questi giorni, le obbligazioni subordinate del Monte esprimono dei rendimenti, a seconda della scadenza, fra l’11% ed il 20%, ben più alti di quelli espressi da banche greche, spagnole o portoghesi che ancora hanno in bilancio percentuali di crediti in sofferenza sul totale dei crediti di gran lunga più elevate di quelle del Monte.

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Il livello di rendimento espresso dalle obbligazioni subordinate rende molto complicato prospettare un aumento di capitale a prezzi di mercato: rendimenti così elevati sulle obbligazioni hanno effetti negativi sul costo del capitale che gli analisti devono utilizzare per stimare il prezzo delle azioni da collocare in fase di aumento di capitale. Si arriva, così, ad un circolo vizioso per il quale l’indeterminatezza accelera la percezione della probabilità di un evento di default delle obbligazioni il che, a sua volta, allontana ancora di più la possibile soluzione (l’aumento di capitale).

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